Pinhdar At The Gates Of Dusk
Pinhdar live @ Convergenze by Sesto 'Nplugged - Parco delle Fonti di Torrate (PN) 24.08.24
p r o l o g o
Non più abituato a frequentare luoghi affollati, concerti che prevedono parcheggi sconfinati per un altrettanto sconfinato numero di automezzi, cerco di guidare verso un porto sicuro la mia ansia e la mia auto, districandomi lungo uno viottolo di ghiaia gremito all’inverosimile di lamiere e motori pulsanti come i cuori dei cavalli che nascondono al loro interno. The parking art qui è fondamentale e non la si può chiedere ad un veneziano, per quanto avvezzo da decenni all’asfalto con le sue variabili. Sfiorando a destra e manca i suoi simili, il mio adorato mezzo adocchia una staccionata visibilmente disponibile, spazio libero davanti al suo muso e soprattutto, sente la fine dell’ansia di chi ora la guida. Scendo con la speranza di ritrovarla in un mare di auto che mi suggeriscono un oceano di persone abituate a frequentare concerti provvisti di parcheggi sconfinati nei quali perdersi e perdere l’unico oggetto capace di riportarti a casa: la tua auto. Scendo e mi avvio a piedi, dove non so. Raramente frequento il Friuli, non ho coscienza delle dimensioni dei loro parchi ma inizio ad avere il sospetto: questo mi sa che è sconfinato e bellissimo. Seguo come un’anguea (Atherina Boyeri | Latterino, un pesciolino local della Laguna) il branco di miei simili che si avviano lungo una striscia senza fine di bianchi sassolini e mi guardo intorno frastornato: la maestosità del silenzio che regna nelle campagne letteralmente mi seduce. Riesco a sentire il rumore dei miei passi, il mio sguardo riesce a vedere lontano per miglia e tutto tutto è avvolto nel silenzio salvifico che cura e guarisce e… sono giunto.
Sentivo parlare di questo duo milanese da tempo ma la mia ritrosia per la ‘pubblicità’ legata ai ‘prodotti italiani’ mi teneva lontano: troppe volte il mio ascolto si è frantumato contro il muro delle descrizioni degli uffici stampa nostrani, poco abituati a trattare suoni non conformi al dettato del mercato, talmente tante che la rinuncia all’ascolto è divenuto un atto di resistenza attiva, tipo. Solitamente il primo campanello di allarme te lo da il nome della band o dell’autore: terribili giochi di parole o insensati appellativi buoni per le serate preregistrate sui palchi di Canale 5. Questo forse il motivo per cui una sera ho digitato www.pinhdar.bandcamp.com scoprendo che usavano questa piattaforma - cosa assolutamente non comune - provate e dare un occhio ai vari linktree che vi calano per gli ascolti: troverete di tutto, l’immancabile Spotify e suoi accoliti ma raramente Bandcamp, luogo frequentato da artisti che distano anni luce dalla mentalità spotifyana. Per questo mi sono avventurato con sospetto nel loro suono, anche perché, scomodare un tipo nato il 518 ac, noto per i suoi voli, inserendo un H tra le lettere del suo nome, non poteva non incuriosirmi, dai! Questo il motivo per cui ora, dopo aver consumato di ascolti il loro ultimo album, ho imboccato l’autostrada che mi ha portato qui.
c i s i a m o
Sul piccolo ma decisamente funzionale palco scorgo per la prima volta dal vivo Cecilia Miradoli, colei che crea i testi per nulla scontati e offre la sua notevole vocalità nel cantarli e Max Tarenzi, il chitarrista che scoprirò essere un notevole chitarrista! Poi vi spiego. Un altro elemento non da poco è rappresentato dal drummer presente nei live dei due milanesi, una vera macchina del ritmo che risponde al nome di Alessandro Baris: polistrumentista, compositore e produttore italo-americano autore di un ottimo album nel 2021 che vedeva la partecipazione di Lee Ranaldo in una traccia, una gran bella traccia, direi: https://youtu.be/AL1gq0wR3m8?si=na_QbQTGYYj9e2-I.
i l v i a g g i o
I Pinhdar producono dell’ottimo trip-hop, leggevo ovunque ma personalmente trovavo la cosa riduttiva, specialmente dopo l’attento ascolto del loro ultimo A Sparkle On The Dark Water. Ciò che li contraddistingue non è un genere ma la capacità di inserire più echi sonori in un procedere sonoro assolutamente personale che, se da una parte strizza l’occhio al pop di classe, dall’altra va indagare territori che svelano le loro radici per nulla scontate. In questo periodo sembra io sia destinato ad illuminarmi, non con produzioni elettroacustiche che giungono dall’estero, mio territorio prediletto di caccia, ma con realtà a me vicine quali Gold Mass e, new entry, Pinhdar.
Il crepuscolo ci osserva cedendo il passo con deferenza alla notte mentre in un angolo di mondo immerso nella maestosità di un immenso parco nel quale sembra che la Natura abbia ancora qualche possibilità di rivincita sull’uomo che la sta massacrando, dei suoni si espandono in tutte le direzioni, avvolgono dolcemente e altrettanto ferocemente colpiscono. Chi ha viaggiato per decenni dentro la densità della materia sonora, inizia a riconoscere gli echi che si affacciano al suo finestrino, mentre la strana macchina volante nella quale viaggia, sale sempre più in alto, sempre più in profondità.
P i n h d a r a t t h e g a t e s n i g h t
Siamo stanchi, forse il tempo ci ha fiaccato con i suoi accadimenti. Siamo stanchi per il continuo confronto con una realtà dalla quale ci sentiamo via via sempre più lontani, alieni. Siamo stanchi per le scelte da sempre operate seguendo l’anima e non il gelido calcolo, siamo stanchi si ma la forza per alzarsi da quel sedile che ci ospita lungo questo volo verso l’emozione, la troviamo. Non esiste nessun paracadute ma quel tuffo è uno spettacolare lancio nell’essenza del suono e delle sue emozioni che si potesse sperare di fare.
Ormai siamo preda della Les Paul che conduce le danze, uno strumento che sembra parli e, ancor più sorprendentemente lo faccia nella tua lingua, quella segreta che solo tu conosci, tramandata da disco in disco, lungo anni di ascolti che hanno lasciato il segno. La miscela usata da Max è decisamente magica, il risultato di uno studio accurato del lato più intimo e in penombra del passato, adattato ad un presente che richiede nuovi metodi espressivi che riescono a far percepire i filamenti dei gloriosi anni andati e al tempo stesso suscitano quel brivido emotivo che giunge da lontano ma appartiene all’ora e adesso. Il continuo uso di diverse sonorità prodotte dalle vibrazioni delle stesse corde, il suo diffondere l’intimità del suo stato d’animo che rispecchia alla perfezione il tuo, il suo esserti vicino, amica ritrovata dopo anni di viaggi dentro il suono della macchina, in esilio volontario dal grande padre rock.
Siamo semplicemente umani, contesi dalla luce e dall’oscurità, canta Cecilia e in quello sconfinato ma piccolo angolo di mondo ritrovi la voglia di connessione con l’altro a te simile perché siamo solo umani in cerca del significato della vita e la musica, questa grande curatrice di anime, ce lo può suggerire.
Il cuore pulsa seguendo il beat della batteria mentre un drone vola sopra le nostre teste per schizzare improvvisamente verso l’alto, oltre l’antica torre che sovrasta il prato sul quale siamo raccolti, rapiti dalle sinuose movenze di questa creatura da sempre al nostro fianco e alla quale abbiamo ceduto l’anima.
Il rito si compie, con gli occhi chiusi seguo l’onda che pian piano si trasforma in immenso muro di suono nel quale mi lascio andare per la purificazione finale nelle profondità del fiume dai mille colori e mille profumi, dalle acque trasparenti da bere a piccoli sorsi per poter compiere l’ultimo salto nell’essenza dell’esperienza psichedelica che Pinhdar offre iterando allo spasimo le note della sua liberatoria poetica.
Ho visto i creatori di realtà parallele all’opera, mi sono immerso nel loro mondo ed ora è il ritrovato silenzio che mi accoglie lungo una striscia senza fine di bianchi piccoli sassolini mentre dal chiarore che ho lasciato alle mie spalle giunge il suono di un altro rito appena iniziato al quale però non potrò assistere: la notte ora appartiene ai JoyCut.
Mirco Salvadori - testo e immagin














Serata e concerto molto belli in una location straordinaria …
Molto bello il tuo report Mirco