Boy George e il coraggio di dire NO all’ottuso conformismo progressista odierno || ita/en/text
Dopo la pubblicazione di "We Will Dance Again", Boy George ha affrontato la rottura con il proprio manager, l’allontanamento dal musical Jesus Christ Superstar e la rimozione della canzone
C’è qualcosa di profondamente malato nel progressismo di oggi. Per decenni Boy George è stato celebrato come simbolo di libertà, anticonformismo e lotta contro le discriminazioni. Ora viene messo alla gogna per essersi rifiutato di aderire a una linea ideologica che tende a cancellare il 7 Ottobre, ad assolvere Hamas e a presentare Israele come unico colpevole.
Boy George ha compiuto un gesto semplice. Ha ricordato le vittime del 7 Ottobre: le donne violentate, i bambini uccisi, le famiglie sterminate, i ragazzi assassinati mentre partecipavano a un festival musicale. Ha ricordato il più grave massacro di ebrei dai tempi della Shoah.
Per una parte del mondo progressista, questo ricordo è diventato quasi una colpa.
Al centro della questione emerge ormai una richiesta di obbedienza. Un nuovo catechismo ideologico stabilisce quali vittime meritino solidarietà e quali possano essere dimenticate. Quando le vittime sono ebree, arrivano subito i distinguo, le contestualizzazioni e le giustificazioni. Quando vengono uccisi degli israeliani, qualcuno trova sempre il modo di spiegare le ragioni degli assassini.
È un doppio standard moralmente indecente.
Ancora più grave appare la reazione di una parte del movimento LGBTQ+, che dovrebbe conoscere bene il significato della persecuzione contro una minoranza. Una componente sempre più rumorosa ha scelto slogan, boicottaggi e campagne di demonizzazione. Chi dissente viene espulso dal gruppo e trattato come un nemico.
Basta ricordare il 7 Ottobre per essere accusati. Parlare di antisemitismo provoca sospetto. Definire Hamas un’organizzazione terroristica sembra richiedere una dichiarazione preventiva di colpevolezza. Chi rifiuta questo copione viene bollato come sionista o complice, in certi casi persino come fascista.
È intimidazione politica travestita da cultura democratica.
Poi c’è la parola genocidio. Un termine enorme, legato a uno dei crimini più gravi previsti dal diritto internazionale, viene ormai agitato con la facilità di uno slogan da manifestazione. Boy George ha contestato il suo impiego automatico contro Israele e ha rifiutato una narrazione presentata come indiscutibile.
La sua è una posizione legittima. La qualificazione giuridica degli eventi appartiene a una materia complessa, coinvolta in controversie e procedimenti internazionali. Ridurla a una parola d’ordine impedisce qualsiasi discussione seria.
La sofferenza dei civili palestinesi va riconosciuta. Le decisioni del governo israeliano possono essere sottoposte a una critica severa quando esistono ragioni fondate. Da questo non discende l’obbligo di trasformare un’accusa giuridica in un’arma propagandistica, né di mettere all’indice chi rifiuta di adottarla.
Il paradosso è evidente. Un movimento nato per difendere il pluralismo pretende oggi uniformità di pensiero. L’inclusione diventa esclusione appena qualcuno esprime una posizione sgradita. L’odio antiebraico viene tollerato o minimizzato proprio da chi dichiara di voler combattere ogni forma di discriminazione.
Il mondo LGBTQ+ non può essere rappresentato interamente da questa deriva. Molte persone hanno condannato Hamas e l’antisemitismo con chiarezza. Il silenzio di troppi leader, artisti e attivisti davanti alla crescita dell’odio contro gli ebrei dopo il 7 Ottobre costituisce comunque una delle pagine più imbarazzanti del progressismo contemporaneo.
Forse il vero reato di Boy George consiste nell’avere ricordato un principio elementare: i diritti umani non sono un menu dal quale scegliere secondo la convenienza politica. La memoria delle vittime non può dipendere dalla nazionalità, dalla religione o dall’utilità ideologica del momento.
Nel conformismo militante di questi anni serve più coraggio per ricordare un pogrom che per ripetere uno slogan. Boy George quel coraggio lo ha avuto. Una parte dei suoi vecchi compagni di percorso sembra aver smarrito la coerenza e il senso della misura.
Persino chi, come chi scrive, non ha mai amato particolarmente il reggae e non ha mai considerato la musica di Boy George una destinazione privilegiata d’ascolto può riconoscergli lucidità e autonomia di pensiero. La sua presa di posizione merita rispetto, soprattutto davanti a un ambiente culturale incapace di comprendere quanto sia cieco e autolesionista il proprio fanatismo ideologico.
Durante la stesura di questo articolo è arrivato anche un messaggio riguardante We Will Dance Again. Secondo quanto riferito, la piattaforma che vendeva la canzone l’ha rimossa. In un video Boy George denuncia l’accaduto e annuncia che pubblicherà il brano altrove. Ha inoltre espresso l’auspicio che le persone che lo avevano acquistato possano essere rimborsate.
È una canzone che chiede pace senza nascondere la verità sul 7 Ottobre. La sua rimozione mostra quanto la propaganda antisemita riesca ormai a condizionare anche le piattaforme che distribuiscono la cultura. Quando perfino il ricordo delle vittime viene considerato inaccettabile, il problema supera i confini della musica. Riguarda la libertà di parola e la dignità stessa della MEMORIA.
Boy George and the courage to say NO to today’s blinkered progressive conformism
Following the release of “We Will Dance Again”, Boy George faced a split from his manager, his removal from the musical Jesus Christ Superstar, and the song’s removal from the platform that had been distributing it, forcing him to look elsewhere for a home for both the track and its video.
There is something deeply unhealthy about today’s progressivism. For decades, Boy George was celebrated as a symbol of freedom, nonconformity, and the fight against discrimination. Now he is being publicly vilified for refusing to toe an ideological line that seeks to erase October 7, absolve Hamas, and portray Israel as the sole party to blame.
Boy George did something simple. He remembered the victims of October 7: the women who were raped, the children who were killed, the families who were wiped out, and the young people murdered while attending a music festival. He recalled the deadliest massacre of Jews since the Holocaust.
For part of the progressive world, remembering this has become almost a crime.
At the heart of the matter lies an increasingly explicit demand for obedience. A new ideological catechism dictates which victims deserve solidarity and which may be forgotten. When the victims are Jewish, the qualifications, contextualisations, and justifications begin immediately. When Israelis are killed, someone will always find a way to explain the motives of their murderers.
It is a morally obscene double standard.
Even more troubling is the reaction of part of the LGBTQ+ movement, which should understand better than most what it means for a minority to face persecution. An increasingly vocal faction has embraced slogans, boycotts, and campaigns of demonisation. Those who dissent are cast out and treated as enemies.
Simply remembering October 7 is enough to invite accusations. Speaking about antisemitism is met with suspicion. Calling Hamas a terrorist organisation seems to require a pre-emptive declaration of guilt. Anyone who refuses to follow this script is branded a Zionist or an accomplice, and in some cases even a fascist.
It is political intimidation disguised as democratic culture.
Then there is the word genocide. A term of immense gravity, associated with one of the most serious crimes recognised under international law, is now wielded as casually as a protest slogan. Boy George challenged its automatic use against Israel and rejected a narrative presented as beyond dispute.
His position is legitimate. The legal classification of these events is a complex matter, currently at the centre of international disputes and proceedings. Reducing it to a slogan makes any serious discussion impossible.
The suffering of Palestinian civilians must be acknowledged. The decisions of the Israeli government may be subjected to severe criticism where there are sound reasons for doing so. But this does not create an obligation to turn a legal accusation into a weapon of propaganda, nor to ostracise those who refuse to adopt it.
The paradox is clear. A movement born to defend pluralism now demands uniformity of thought. Inclusion becomes exclusion the moment someone expresses an unwelcome opinion. Anti-Jewish hatred is tolerated or minimised by the very people who claim to oppose every form of discrimination.
The LGBTQ+ community as a whole cannot be represented by this drift. Many people have unequivocally condemned both Hamas and antisemitism. Nevertheless, the silence of too many leaders, artists, and activists in the face of the rise in hatred against Jews since October 7 remains one of the most embarrassing chapters in contemporary progressivism.
Perhaps Boy George’s real offence was to restate a basic principle: human rights are not a menu from which we may select according to political convenience. The memory of victims cannot depend on their nationality, religion, or momentary ideological usefulness.
Amid the militant conformism of recent years, it takes more courage to remember a pogrom than to repeat a slogan. Boy George showed that courage. Some of his former fellow travellers appear to have lost both their consistency and their sense of proportion.
Even someone like the present writer, who has never been particularly fond of reggae and has never regarded Boy George’s music as a preferred listening choice, can recognise his clarity and independence of thought. His stance deserves respect, especially in the face of a cultural milieu incapable of understanding how blind and self-defeating its own ideological fanaticism has become.
While this article was being written, a further message arrived concerning We Will Dance Again. According to the information provided, the platform selling the song had removed it. In a video, Boy George denounced what had happened and announced that he would release the track elsewhere. He also expressed the hope that those who had purchased it would receive a refund.
It is a song that calls for peace without concealing the truth about October 7. Its removal shows how deeply antisemitic propaganda is now capable of influencing even the platforms that distribute culture. When even the memory of the victims is deemed unacceptable, the issue extends far beyond music. It concerns freedom of expression and the very dignity of REMEMBRANCE.




